MUSEO GIGI GUADAGNUCCI
Villa La Rinchiostra, Massa
Inaugurazione:
sabato 20 giugno, ore 18

Apre a Massa, in occasione del centenario della sua nascita, il museo permanente dedicato all’opera di Gigi Guadagnucci, uno degli ultimi maestri del marmo. Il Museo, che si inaugura ufficialmente sabato 20 giugno 2015, alle ore 18, ha sede nella seicentesca Villa La Rinchiostra, una delle residenze ducali dei Cybo Malaspina, situata nella piana massese a pochi chilometri dalla città.

Nato nel 1915 vicino a Massa, alle pendici delle Apuane, Gigi Guadagnucci si è affermato come scultore inizialmente in Francia, dove si trasferì nel 1936 per motivi politici. Visse prima a Grenoble e poi a Parigi, dove frequentò e divenne amico di artisti come Severini, Zoran Music, Yves Klein e Tinguely ma anche di intellettuali come Beniamino Joppolo e Pierre Restany. Con la fine degli anni Sessanta, Guadagnucci si riavvicinò progressivamente all’Italia, riallacciando rapporti con la sua terra, nel cuore del paese del marmo, invitato più volte a partecipare a varie edizioni della Biennale di Scultura di Carrara, attratto anche dalla possibilità di reperire materiali e manodopera di prima qualità. A Massa scelse di tornare a vivere nonostante avesse mantenuto residenza a Parigi fino alla fine degli anni ’90. Ed è alla sua terra natale che ha voluto lasciare la sua eredità.

Scomparso il 14 settembre 2013, già dal 2012 aveva stipulato un contratto con il Comune per la costruzione del Museo, che fu individuato da subito nella Villa Rinchiostra, con l’intenzione di farne un luogo per l’arte contemporanea, da arricchire in futuro con l’inserimento anche di altri artisti.

Le opere di Guadagnucci occupano il primo piano e il seminterrato della Villa. Sono esposte 53 sculture circa di grande formato, in marmo statuario, e 8 dei bassorilievi “erotici”  in marmo, onice e travertino iraniano che Jean Clair definì, in un suo saggio, “Les Litophanies d’Eros”. Eseguite tra il 1957 e il 2002, queste opere documentano l’intero percorso artistico di Guadagnucci. Le sue sculture, collocate in spazi e collezioni pubbliche e private in tutto il mondo – oltre che in Italia e in Francia, anche in Brasile, in Giappone e negli Stati Uniti – trovano qui un luogo raccolto e suggestivo dove manifestare tutta la loro forza espressiva, esaltando fino in fondo le qualità dei marmi apuani, che sono da sempre la materia naturale della scultura.

Quella di Guadagnucci è una scultura a tutto tondo, piena di forza e temperamento. È la storia della sua vita, vivere e scolpire sono sempre stati per lui la stessa cosa. L’artista ha sottomesso la pratica tradizionale della scultura alle proprie esigenze formali ed espressive, cercando soluzioni che hanno dato al suo lavoro una straordinaria freschezza. L’impronta è quella dell’astrattismo e dell’informale che riproduce tuttavia i ritmi e le forme geologiche del materiale di cui è fatta, rimandando sempre ai frammenti delle sue montagne e quindi della sua vita così come possiamo vedere in opere come Orchidée o Arbre, Gestuelle o Contrepoint, dei primi anni Sessanta.

In ogni sua stagione, la scultura di Guadagnucci dimostra sempre una precisa evidenza formale e una tenuta plastica straordinaria che condensa insieme il tempo e lo spazio, sia  nelle opere dai volumi pieni degli anni Sessanta, sia in quelle successive che si risolvono nella modulazione, quasi musicale, delle lamine, oppure in quelle degli anni Ottanta dove approda alla palpitante vitalità dei fiori e delle vegetazioni. In sculture come Meteora o Fuga o Angelo, degli anni Settanta, si manifesta il desiderio di sdoganare la pietra dalla sua naturale pesantezza, per restituirla a un tempo e uno spazio, quasi non più misurabili. La leggerezza è comunque una costante nella scultura di Guadagnucci, sfuggire alla pesantezza e vincere la gravità per raggiungere il ritmo fluido ed elegante di una danza che imita i movimenti dei corpi celesti.

Il Museo, per volere dell’artista, ha costituito un Comitato scientifico per la valorizzazione e la promozione della raccolta Guadagnucci, composto da cinque membri: Fernando Mazzocca, storico dell’arte; Marco Baudinelli, docente di grafica, già direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara; Massimo Bertozzi, critico d’arte; Ines Berti, bibliotecaria (erede Guadagnucci); Ornella Casazza, storica dell’arte, già direttrice del Museo degli argenti.

Per la cura del progetto, il Comitato si è avvalso dell’importante collaborazione del professor Giuseppe Cannilla, docente di storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Carrara. L’allestimento dell’esposizione è a cura dello Studio di Architettura Giuseppe Cannilla e Alberto Giuliani, Roma.

Il progetto grafico della mostra e di Marco Baudinelli. È stato realizzato un catalogo a cura di Massimo Bertozzi e Marco Baudinelli che oltre alla documentazione fotografica delle opere e dell’allestimento, contiene testi di Fernando Mazzocca, Massimo Bertozzi e Giuseppe Cannilla.

La Villa Rinchiostra
La Villa Rinchiostra è situata nella pianura massese a circa due chilometri dalla città e dalla marina. Edificata come residenza suburbana dei Duchi di Massa, ebbe nei secoli una funzione di edificio connesso alle attività di “villa”, come la caccia, l’allevamento e la gestione delle scuderie locali, oltre all’utilizzo agricolo.

Il complesso rappresentava il tipico esempio di dimora signorile immersa in un parco ricco di fiori,  piante e animali. L’edificio venne probabilmente innalzato a cavallo tra i secoli XVII e XVIII per volontà della duchessa Teresa Pamphili, figlia di Camillo Pamphili e di Olimpia Aldobrandini, appartenente all’alta aristocrazia romana della seconda metà del ‘600, andata in sposa al duca di Massa Carlo II Cybo Malaspina nel 1673. Nel corso del Settecento si operò un’intensa attività di abbellimento e valorizzazione dell’edificio, soprattutto rispetto al grande parco circostante per volere del duca Alderano Cybo. A lui si deve l’inserimento di molte pregevoli sculture, purtroppo andate in parte perdute.

 

Informazioni:
Villa La Rinchiostra.
Via Mura della Rinchiostra – 54100 Massa (MS)
Tel. 0585 490279 – 490200
silvano.soldano@comune.massa.ms.it
www.comune.massa.ms.it

Biglietto: gratuito

Orario:
martedì, giovedì, venerdì: 15-18; sabato: 9,30-12,30 / 15-18; domenica: 15-18
Prenotazione visite guidate tel. 0585 490279

Ufficio stampa:
Davis & Franceschini
Tel. 055 2347273
info@davisefranceschini.itwww.davisefranceschini.it

Biografia di Gigi Guadagnucci
A cura di Massimo Bertozzi

Gigi Guadagnucci è nato nel 1915 a Castagnetola, un paese vicino a Massa. Qui, seguendo la tradizione della sua famiglia, comincia a lavorare il marmo quando è poco più che un bambino. Poco dopo la metà degli anni Venti ottiene, infatti, il suo primo impiego, da Ciberti. Si trasferisce comunque poco dopo nel laboratorio Soldani, dove, prima e dopo di lui, sono passati tutti quelli che a Massa si sono cimentati con la scultura, che egli apprende impara così iniziando dalle tradizionali espressioni dell’arte funeraria – la routine dell’epoca –, anche se ben presto si distingue eseguendo i suoi lavori in diretta, senza passare per il modello, conquistandosi così i suoi primi personali clienti.

Nel 1936 è costretto, tuttavia, a lasciare l’Italia per motivi politici. Ripara in Francia, ad Annemasse, dove ritrova i fratelli che nella cittadina della Savoia gestiscono una marbrerie. Da qui si trasferisce comunque quasi subito a Grenoble, dove rimane fino alla guerra e dove alterna il lavoro nei laboratori di marmo allo studio e alla ricerca: guarda inevitabilmente ai maestri, da Rodin a Maillol, fino alla grande lezione di Donatello; e scopre che la scultura si impara disegnando e vi si applica con accanimento. A Grenoble frequenta Closon e soprattutto Gilioli, che a ogni estate torna da Parigi e rappresenta così il primo forte richiamo verso la mecca mondiale dell’arte.

Allo scoppio della guerra si arruola nella Legione Straniera e dopo la disfatta della Francia entra nella Resistenza. L’attività che Guadagnucci svolge nel maquis del sud-est favorisce il suo inserimento nel paese transalpino e consolida un legame destinato a durare ben al di là dei motivi e delle contingenze che lo avevano originato. Rientrato in Italia, si ferma a Massa fra il 1950 ed il 1953, anno in cui decide di ritornare in Francia; si stabilisce finalmente a Parigi, dove per almeno due decenni vivrà inserito pienamente nel fervore artistico di Montparnasse. Intanto aveva ha già avuto modo di farsi conoscere in Italia, dove nel 1951 aveva esposto a Firenze, alla Casa di Dante, aveva vinto il Premio Lorenzo Vicini per la scultura a Forte dei Marmi e il Premio Interregionale di Marina di Massa per il disegno.

La sua assoluta padronanza della lingua, e le sue precedenti esperienze francesi, favoriscono il suo inserimento non solo nella comunità degli artisti, ma anche negli ambienti culturali più aggiornati. Frequenta gli italiani, quelli che a Parigi ci sono da sempre, come Gino Severini e Carlo Sergio Signori, e quelli che sono, come lui, appena arrivati, il carrarese Nardo Dunchi, il pisano Gianni Bertini, l’imprevedibile Remo Bianco, e poi ancora lo scrittore Beniamino Joppolo, che diventerà l’amico più solidale, e Zoran Music, che vive nello studio prestatogli da un amico comune, il grande fotografo Brassaï. Conosce gli ultimi grandi scultori di Montparnasse, Alberto Giacometti e Ossip Zadkine e le giovani promesse, come César e François Stahly. Vive in grande amicizia con i Nuovi Realisti, Yves Klein e Jean Tinguely soprattutto, pur sottraendosi alle sollecitazioni di Pierre Restany, che lo vorrebbe convincere a “militare” nel gruppo.

Nel 1958 vince una naturale reticenza a mostrarsi in pubblico ed espone le sue prime opere alla Galerie Colette Allendy, suscitando una grande impressione e i primi interessi della critica. Da quel momento infatti la sua presenza sulla scena parigina diventa ricorrente e sempre più apprezzata. L’artista inizia ad esporre anche fuori della capitale francese: a Auvers sur Oise nel 1958, a Roma nel 1959, alla Robles Gallery di Los Angeles e alla Brook Street Gallery di Londra nel 1960, prima di approdare nell’anno successivo a una delle più prestigiose gallerie parigine, quella di Claude Bernard.

In queste occasioni scrivono di lui e della sua scultura Suzanne Hagen e Mock, Favre e Loce Hoctin, ma soprattutto Claude Rivière e Pierre Courthion, che nel 1958 inserisce Guadagnucci nel suo libro “L’art indépendant. Panorama international del 1900 à non jours. Quella di Guadagnucci è in questi anni una scultura informale che tuttavia ripete i ritmi e le forme geologiche del materiale di cui è fatta. Ancora nel 1962 intanto partecipa alla mostra Sculpteurs d’aujourd’hui alla Galerie Blumenthal e nel 1963 alle rassegne Actualité de la sculpture presso la Galerie Creuze e Forme et Magie al Bowling de Paris.

Mentre continua l’intensa partecipazione alla vita artistica parigina – viene infatti invitato e partecipa regolarmente a tutti i principali salons, da Comparaison al Salon de Mai, da Réalités Nouvelles ad Art Sacré, dal Salon de la Jeune Sculpture a Grandes et Jeunes d’aujourd’hui ­, comincia a riallacciare i legami con la sua terra. Con i primi risparmi compra infatti una casa a Bergiola, vicino al paese in cui è nato.

Questo riavvicinamento riceve una spinta nel 1967, quando Guadagnucci ottiene pressoché contemporaneamente, due inviti che sono un forte richiamo al passato: quello alla V Biennale di Scultura Internazionale di Carrara e quello del Symposium Internazionale per le Olimpiadi della Neve di Grenoble. La partecipazione alla manifestazione di Grenoble, dove esegue una grande scultura di oltre quattro metri, che viene collocata nel Parc Paul Mistral, gli apre infatti la strada ad una lunga serie di commissioni pubbliche per opere monumentali.

Per altro verso l’invito alla rassegna carrarese che si ripeterà nel 1969 e nel 1973, asseconda il progressivo allontanamento da Parigi, dal momento che, insieme alla possibilità di trovare materiali e manodopera di grande qualità, l’area apuana consente in quegli anni la possibilità di frequentare i grandi della scultura, da Marini a Moore, da Adam a Lipchitz e Noguchi, e permette inoltre a Guadagnucci di rinnovare le frequentazioni parigine, da Signori a Gilioli, da César a Ipoustéguy, da Alicia Penalba a Zadkine e Augustin Cárdenas. Si dedica, così, soprattutto alla creazione di opere monumentali destinate a complessi scolastici o a centri universitari francesi, ed è costretto a diradare le presenze alle mostre. I suoi marmi svuotati fino alla trasparenza o ridotti in lamine sottili come fasci di luce nascono da qui, anche se per trovare una applicazione su grande scala bisognerà attendere la creazione nel 1974 di Orgue, destinata al Palais des Congrès et de la Musique di Strasburgo. Riprende, quindi, a esporre e nello stesso tempo approfondisce la ricerca di nuove soluzioni formali, attente alla compenetrazione fra la sensualità delle curve femminili e l’esuberanza delle forme vegetali: nascono le Foglie e i loro “dialoghi”, le Libellule, i primi Fiori.

Il ritorno sulla scena delle esposizioni gli vale nel 1977 il premio Bourdelle, con la possibilità di allestire nell’anno successivo una grande mostra negli spazi del prestigioso museo parigino. La sua fedeltà al marmo, che poi significa fedeltà alla sua terra e alla sua cultura, viene ormai riconosciuta da tutti come un grande valore: da Alain Jouffroy, che nel 1978 gli pubblica una lunga intervista su «XXème siécle», a Umberto Baldini, che nel 1980 lo inserisce nel suo volume Scultura toscana del Novecento, a Mario De Micheli, che nel 1981, nel libro dedicato alla Scultura del Novecento, individua i tratti distintivi della scultura di Guadagnucci nel suo «amore del marmo» oltreché nella «religione del mestiere».

Nel 1980, a causa di una fastidiosa infiammazione al braccio che gli impedisce i lavori pesanti, scopre il bassorilievo e comincia a riavvicinarsi alla figura umana, realizzando i primi esempi di quelle che Jean Clair chiamerà le «lithophanies d’eros».

Risale a quel periodo anche l’incontro con Pier Carlo Santini, che si rinnova in tutte le manifestazioni artistiche promosse dallo storico lucchese e che si consolida in una amicizia profonda, oltreché in un rapporto di lavoro, e si interrompe solo per la prematura scomparsa di Santini nel 1993. Nel corso degli anni Ottanta Guadagnucci, che sembra attraversare una seconda giovinezza, intensifica nuovamente la partecipazione alle esposizioni e riprende altresì a viaggiare, in Europa come in America, fino alle esperienze del tutto nuove, come quella del 1988, allorché si reca ad installare le sue sculture a Tokyo, e quella del 1992, in occasione dell’esecuzione di una grande scultura in legno per un villaggio turistico in Kenya.

Nonostante nel 1983 il ministro Jack Lang gli conferisca una delle più importanti onorificenze della Repubblica francese, nominandolo Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres, gli anni Ottanta segnano tuttavia il distacco definitivo da Parigi, dove ancora conserva due studi che frequenta però solo raramente, per periodi brevissimi e sempre più di malavoglia.

Di contro ha ormai riconquistato la sua terra. Nel 1986 una sua grande scultura viene installata nel Palazzo Comunale di Massa e nel 1989 la Provincia di Massa-Carrara gli commissiona un bassorilievo di quasi cinque metri per la Sala della Resistenza, nel Palazzo Ducale di Massa. Nel 1993 il Comune gli organizza una grande mostra retrospettiva, con quasi cento sculture, all’interno del Castello Malaspina, e nel 1995 festeggia gli ottant’anni dell’artista con una mostra di disegni, al Palazzo Ducale di Massa, recuperando un momento della sua produzione artistica che si credeva disperso.

Negli ultimi anni mette a frutto l’esperienza del ritorno alla figura, sperimentata nell’esecuzione dei piccoli bassorilievi erotici degli anni Ottanta. Muore Nel settembre del 2013 nella sua casa atelier di Bergiola.